Notte di Ferragosto
C'era afa, nonostante fossero quasi le tre di notte. O forse era la sua "fame d'aria" che le rendeva difficoltoso respirare. In quei giorni aveva accumulato stress: tutti in vacanza e a lei, e a pochi altri, era toccata una quantità di lavoro doppia... tripla, se possibile, sino all'esaurimento delle forze. Nulla di strano, dunque, se iniziava ad avvertire qualcuno dei suoi disturbi. Lunedì sarebbe andata dal sostituto del dottor Cambi per farsi scrivere degli integratori. Era stata da Mara, l’amica organizzava ogni anno una festa di ferragosto per quelli come loro che si trovavano costretti a trascorrerlo in una Pavia vuota e calda. Una festa era quel che ci voleva per ritemprare almeno lo spirito, e Mara era un'ottima organizzatrice: musica, alcool, divertimento, veglia fino al mattino e, per finire, un'abbondante colazione. Gaia però era dovuta andar via prima, era sopraggiunto un principio di emicrania e aveva preferito far due passi fino a casa all'aria fresca della notte. O almeno l'aveva sperato! Invece, nessun ristoro. Non le restava che desiderare un cachet e il suo letto il prima possibile!
Avanzava con passo malfermo sul pavé di Corso Cavour: si era ripromessa mille volte di non mettere più quei tacchi così alti e scomodi, ma quando c'erano le altre non poteva esimersi. Un abbigliamento poco consono all'occasione avrebbe significato offrire su un piatto d'argento materiale per le malelingue. Si spostò sul marciapiedi. Era tardi per una ragazza da sola, ma si trattava solo di attraversare il centro… Certo, cardo e decumano così deserti non s’erano mai visti! Era alla fine del corso quando vide un’ombra oscurare per un attimo le luci. Alzò lo sguardo ma, prima che potesse mettere a fuoco, una fitta di emicrania le attraversò il capo da una tempia all’altra. Chiuse gli occhi premendo i palmi sulle palpebre, poi si guardò attorno.
Fu allora che lo vide: un uomo vestito di nero la stava fissando. Un’imponente figura stagliata sullo sfondo di Piazza Vittoria, improbabile accostamento con la Madonnina illuminata sul Broletto. Gaia si sentì gelare. Distolse lo sguardo e riprese a camminare accelerando. Raggiunse Strada Nuova e si voltò: l’uomo la seguiva silenzioso e guadagnava terreno. Gaia si mise a correre, finché i sandali non la tradirono: un tacco, rimasto impigliato nel lastricato, si spezzò, piegandole la caviglia in malo modo e facendola cadere. Lui le fu subito sopra: le afferrò un braccio con una mano forte come una morsa, Gaia iniziò a scalciare, urlando tuttavia per il dolore alla caviglia. Si divincolò dalla presa sferrandogli una ginocchiata dove meglio poteva, che lo fece ritirare mugolando. Gaia fu lesta a sgattaiolare via, ma quando cercò di alzarsi la caviglia cedette, provocandole uno spasimo. Rimase in piedi, ma l'esitazione le fu fatale: l'aggressore la colse alle spalle. Di nuovo, finirono a terra. Lacrime di dolore e di rabbia le offuscarono la vista e dietro quel velo le parve di vedere canini troppo acuminati nell'espressione feroce dell'uomo. Cercò ancora di liberarsi, ma lui le stringeva le mani al collo, togliendole il respiro e, con esso, le forze residue.
Odore acre di sudore, misto a un altro dolciastro e ferroso. Sangue... Il mio? Uno strano suono di risucchio, e qualcosa di freddo e morbido a contatto con il suo collo. Era sdraiata su una superficie dura. Un'insolita sensazione di svuotamento le provocò un brivido di piacere. Sentì un sospiro uscirle di bocca. Aprì gli occhi. Sopra di lei, nero pece. Le ombre composero gradualmente i contorni degli alberi. Una tenue luce diffondeva un alone giallastro tutt'intorno, vide il ballatoio di un cortile interno che conosceva. Riconobbe il Cortile delle Magnolie: Sono sul pozzo! Con stupore, si accorse d’essere ancora vestita. L’uomo era chino su di lei con la grazia di un amante: la sovrastava tenendola ferma, ma senza pesarle in modo eccessivo sul corpo. Le aveva scostato i capelli scoprendo il collo e le poggiava una mano sulla guancia con delicatezza. A Gaia tornarono in mente i romanzi gotici che aveva divorato da adolescente. Sorrise, pensando di stare sognando. Un lieve stordimento la trascinava in una forma d'estasi mai provata. Sentiva la peluria delle braccia rizzarsi e i capezzoli inturgidirsi. Desiderava solo restare lì, immobile, nonostante la situazione ambigua. Infine, lui si rialzò. Fissò il suo sguardo profondo negli occhi di Gaia, mentre si leccava le labbra carnose e violacee, umide di sangue. Lei rimase un attimo a contemplare quelle iridi grigie, vitree. Chiese: "Chi sei?" L'uomo sorrise, i canini appuntiti luccicarono, in contrasto con il pallido incarnato. Dal nulla si sprigionò una nebbiolina che lo avvolse, confondendone i contorni finché Gaia non riuscì più a scorgerlo. Poi, la nebbia si dissolse e si trovò sola, d'un tratto desta e reattiva. Si mise a sedere. Andò a cercare con le dita la piccola ferita sul collo. Sovrapensiero, si passò la lingua sui denti. Un prurito alle gengive le ricordò di quand’era piccola.
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